Caschi e sicurezza
di Luigi Bianchi | Postato in Sicurezza
Ritorno sul delicato argomento dei caschi, non per rivangare la querelle nata dall’inchiesta di Altroconsumo, ma per cercare di fare un po’ di chiarezza, al di fuori di qualsiasi polemica o pregiudizio, su questo tema così sensibile per la sicurezza di noi motociclisti. L’argomento è complesso, vado quindi per punti cercando di essere il più chiaro e sintetico possibile.
- Omologazioni: la normativa comunitaria in vigore in se è chiara e, devo dire, anche ben studiata al fine di definire i prodotti che garantiscono una sufficiente sicurezza e che, quindi, si possono vendere. In teoria si sarebbe potuto inserire un’omologazione di livello superiore, non obbligatoria, per aiutare i consumatori a selezionare i prodotti migliori, ma è una scelta che è stata consapevolmente scartata dai legislatori per evitare una sorta di discriminazione sulla sicurezza tra consumatori con diverso potere d’acquisto.
Appurato che l’omologazione è il criterio minimo per poter vendere un prodotto, non è però affatto detto che non si possano realizzare caschi che in termini di sicurezza (ma, anche, di durata, comfort e qualità complessiva) vadano oltre i criteri imposti dalla CE.
A questo punto nascono due ordini di problemi.
Il primo riguarda i laboratori di omologazione autorizzati che sono presenti in quasi 40 Pese europei e non, per un numero complessivo assai più alto visto che in realtà tipo quella italiana ce ne è più d’uno. Accade che mentre la normativa è chiara, la realizzazione dei test richiesti richiede procedure estremamente precise sia per quanto riguarda le apparecchiature utilizzate sia per quanto riguarda i criteri di realizzazione dei test stessi.
Il risultato è che questa standardizzazione non è stata affatto raggiunta, tanto che lo stesso identico casco, provato in laboratori diversi, porta a volte a risultati anche molto diversi tra loro. Per esempio è accaduto con una precedente inchiesta sui caschi Jet sempre realizzata da Altroconsumo: fatti i test sugli stessi caschi in due laboratori regolarmente abiltati, alcuni una volta sono risultati inidonei, la seconda invece si… bah. Insomma, questi test difficilmente danno certezze assolute e, in caso di dubbi, non è mai il caso di fermarsi al primo responso prima di emettere giudizi definitivi..
Altra questione: una volta omologato un casco, di norma non vengono effettuati prelievi random nei punti vendita per verificare che la normale produzioni abbia gli stessi requisiti degli esemplari utilizzati durante l’omologazione.
In conclusione: andrebbe messo ordine negli standard dei laboratori perchè i risultati risultino coerenti e confrontabili tra loro ovunque si facciano gli stessi test, e andrebbe introdotta la riverifica obbligatoria a campione dei prodotti in vendita al pubblico.
Per chiudere, come mia opinione ritengo in linea di massima che i caschi in vendita in Italia l’omologazione la rispettino, anche quelli di basso prezzo in vendita nella grande distribuzione che è molto attenta alla qualità di ciò che vende: per loro uno scandalo per prodotti risultati fuori norma avrebbe conseguenze d’immagine pesantissime e, per questo motivo, sotto questo aspetto di solito si autotutelano bene. Starei invece più attento a quello che viene proposto nei piccoli punti vendita autonomi e non specializzati nell’abbigliamento e negli accessori per motociclisti, in questo caso anche per motivi di “conservazione”. Per esempio, più volte ho notato caschi lasciati al sole, per mesi, nelle vetrine degli shop annessi ai lavaggi auto.
A questo punto, se uno vuole andare oltre la sicurezza garantita dalle omologazioni, come deve fare? Il mio consiglio è quello di acquistare il casco nei punti vendita specializzati, dove ci sia personale in grado di spiegare, dimostrare, chiarire dubbi e domande. Sul tema delle grandi marche va detto che, avendo frequentato più volte e per anni i loro centri di ricerca e produzione, in effetti i loro costi maggiori sono in parte certamente dovuti all’attività di pubblicizzazione e sponsorizzazione dei loro brand ma, anche, agli investimenti che realizzano per la ricerca nei loro laboratorio e che ho avuto modo di toccare con mano. Attenzione poi che un casco, oltre a superare l’omologazione, deve essere durevole nel tempo (e qui gioca molto la qualità dei materiali utilizzati per le imbottiture interne), confortevole (quindi aerodinamico e silenzioso, ben bilanciato, aderente senza stringere in modo esagerato), igienico (ottimi gli interni staccabili e lavabili), di facile utilizzo (per esempio nella sostituzione della visiera), in generale rifinito con cura e con materiali di qualità.
Insomma, non è una scelta certo facile, ma non fermatevi alla pura presenza dell’omologazione che rappresenta unicamente la condizione base perchè un prodotto possa essere venduto. Da li comincia poi un discorso aggiuntivo di qualità, che però attualmente non è certificabile in modo oggettivo e va quindi cercata e capita con qualche sforzo di informazione in più.
12 Commenti »
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di oretta55 | 7 Marzo 2012 h. 15:41
Non sono assolutamente daccordo con la sua linea, quanto riportato dalla rivista può o meno essere condiviso, ma è indubbio che certi risultati lasciano perplessi.
La metodologia usata è quella riportata dalla legge, (che viene citata) ed è vero che non viene citato il laboratorio dove sono state svolte le prove, ma se è vero e personalmente ne sono certo, che detto laboratorio è certamente accreditato, quale scusa accampano i costruttori? (e la stampa che li appoggia). Invito a leggere e commentare l’indifferenza del ministero competente nel togliere certe tipologie di caschi dichiarati fuorilegge, ma ancora sono (illegalmente) in commercio. Anche quella è prevenzione, ho no?
di extreme0703 | 7 Marzo 2012 h. 17:09
caro Direttore nel post precedente lo avevo criticato…
devo ammettere che in questo si è rivalutato alla grande, un post di buon senso chiaro e pienamente condivisibile. Bravo!
di gwaedin | 7 Marzo 2012 h. 18:50
Caro direttore,
nel mio lavoro mi occupo anche di norme (o standard, per dirla all’inglese). Nel suo scritto mi sembra ci sia un po’ di confusione nel momento in cui sembra distinguere la “normativa” dalle “procedure” adottate dai laboratori. Una buona normativa ha proprio lo scopo di definire procedure ripetibili e prima di essere approvata dovrebbe aver superato dei test round-robin in cui più laboratori fanno le stesse prove secondo norma ottenendo, auspicabilmente, gli stessi risultati. Se così non fosse, allora ci sono due possibilità: o i laboratori non seguono correttamente le procedure indicate nella norma (questo sarebbe un fatto grave), oppure è la normativa ad essere carente, in quanto i metodi proposti non garantiscono risultati ripetibili. Può essere che siano di difficile applicazione, che non definiscano alcuni parametri che influenzano significativamente le prove lasciando libero il laboratorio di variarli a proprio piacimento, o ancora che le basi scientifiche della procedura siano errate.
Non conosco nel dettaglio la normativa sui caschi ma a meno che i laboratori non siano gestiti in modo incompetente non è possibile che ci siano sistematiche variazioni nei risultati dei test. Se così fosse, non è colpa dei laboratori ma della norma. Una norma dovrebbe essere “a prova di cretino”, nel senso che qualunque persona con un minimo di competenze tecniche necessarie e l’attrezzatura adeguata dovrebbe poter svolgere i test senza metterci del suo e ottenere risultati confrontabili con quelli di chiunque altro nelle stesse condizioni.
di bagiuse | 7 Marzo 2012 h. 20:50
Direttore non sono d’accordo con la sua disamina, anche se è ben argomentata, stiamo parlando di cashi che proteggono la testa di motociclisti non ci dovrebbe essere nessun tipo di indulgenza anche se le prove come dice lei magari in qualche laboratorio danno risultati diversi.
Vorrei ricordare che per quanto riguarda i cashi integrali era stata fatta già nel 2009 dall’ altro consumo altro importante test con risultati che lei penso sappia, e come si citava io non ho sentito nelle riviste con forza invocare più rigore su questo tema, e ricordare periodicamente affinché il ministero competente si attivi, si è lasciato che tutto cadesse nel dimenticatoio…
Le parla un motociclista che ha riportato varie fratture in un incidente nel quale veniva coinvolta anche la testa, fortunatamente il casco a tenuto alla perfezione, ed era uno di quelli passati nel test altro consumo del 2009… saluti spero solo e desidero che le persone siano tutelate anche dalla stampa di settore.
di piz0402 | 7 Marzo 2012 h. 21:05
Salve direttore, concordo con quanto osserva gwaedin. Col suo nuovo articolo mi sembra stia tentando di mitigare la posizione della sua precedente, leggo distinzioni che creano confusione contraddicendosi all’interno dello stesso articolo. Io concordo che i marchi piu blasonati spesso propongono prodotti migliori per sicurezza e qualità e la differenza si paga, tuttavia ben vengano le prove svolte anche da soggetti terzi che periodicamente verifichino nell’interesse del consumatore che la qualità e sicurezza (almeno nel rispetto delle norme) siano risocntrabili nei prodotti sul mercato. E siccome prezzo e marchio non significano necessariamente qualità e sicurezza, tali inziative di controllo non devono essere denigrate ma semmai criticate in modo costruttivo. Inoltre l’idea che un grande marchio faccia sempre caschi di qualità superiore perchè ne va della sua reputazione mi sembra piuttosto infantile. I tast in laboratorio servono anche a distinguere tra qualità reale e qualità percepita nei prodotti i.e. tra sicurezza reale e sicurezza percepita.
di rozilla | 8 Marzo 2012 h. 09:32
mi scusi direttore ma a me continua a lasciare perplesso la sua posizione. Adesso sarebbe colpa di laboratori dei test non standardizzati? Questa, mi consenta, è una Sua teoria. Sicuramente controlli a campione indipendenti risolverebbero tanti dubbi. Quanto al fatto che per passare dalla omologazione al “qualcosa di più in termini di sicurezza”, bisognerebbe andare a chiedere ai rivenditori perchè non c’è un criterio oggettivo, beh, anche qui mi pare si resta nella solita solfa.. Mi posso fidare delle case, come mi posso fidare del venditore, in ogni caso mi devo sempre fidare di qualcuno che vuole vendermi qualcosa… Francamente io tutta questa fiducia, senza aver neppure la possibilità di sapere se è ben riposta, non ce l’ho… Poi il casco può avere calotta in fibra di carbonio, interni esteribili, 30 calotte diverse per andare dal testone al neonato, una grafica fighissima, interfono omaggio e anche notte con la comessa extra.. ma tutto questo non mi dice nulla se quando serve fa e a che livello il suo dovere.
di saphir | 8 Marzo 2012 h. 11:48
Buongiorno, anche a me le sue argomentazioni suscitano perplessità: un colpo al cerchio ed uno alla botte. Il problema reale è che troppo spesso, in nome della crisi, del business, dell’occupazione etc. si compiono scorrettezze a vario titolo. Per quanto riguarda il casco, che ha una funzione importantissima, non devono esistere compromessi o mezze misure. Il casco DEVE svolgere appieno la sua funzione e non sono discrepanze,come ha bene evidenziato gwaedin,che possono giustificare commenti soft. Un controllo serio deve essere effettuato sottoponendo ai test materiali acquistati nei punti vendita,così come farebbe un qualsiasi motociclista. Il famoso laboratorio inglese che effettua queste prove fa in questo modo e i risultati,spesso, sfatano miti pubblicitari e rinomate case costruttrici. Le riviste di settore dovrebbero evidenziare tutto ciò che può danneggiare i motociclisti e far sentire la propria voce in loro difesa. Le frodi, le scorrettezze commerciali e le scappatoie per aumentare i guadagni (costruire in Cina, omologare un modello super e metterne in produzione uno più “economico”) non dovrebbero sorprenderLa più di tanto e, di fronte all’ennesima possibiltà che un prodotto salvavita si dimostri oggetto di atteggiamenti disinvolti dovrebbe vederla più indignato che dubbioso.
di Luigi Bianchi | 8 Marzo 2012 h. 12:17
Interviene il direttore:
Capisco che l’argomento è complicato ma, proprio per questo motivo, sto cercando di fare un po’ di chiarezza, e trovo improprio, oltre che inutile, continuare con questa dietrogia per cui, in quanto direttore di una rivista specializzata che ha tra suoi inserzionisti produttori di caschi, sarei pregiudizialmente schierato a loro difesa. Non è certo così e chi mi conosce da tempo sa le battaglie che ho fatto anche “contro” i produttori quando si trattò, per esempio, di eliminare dal mercato le femigerate “scodelle”. Ma, tornando ai giorni nostri, ribadisco che va rivista la normativa attuale, visto che porta troppo spesso a risultati contraddittori che non aiutano certo un discorso concreto sulla sicurezza. E insisto sul fatto che l’omologazione è solo la “conditio qua non” per vendere un casco, ma che da li in poi si apre un discorso sulla qualità che è tutto da fare. E di questo vorrei che si parlasse, evitando pregiudizi e tifoserie a cui sono pochissimo interessato e che rischiano, in più, di depistarci dai temi davvero importanti in discussione.
di pistoccu0307 | 8 Marzo 2012 h. 12:26
direttore, mi sembra che stia cercando di difendere un po’ tutti tranne i motociclisti.
1) la grande distribuzione che si autotutela… vorrei vedere se fanno fare dei controlli sui caschi che mettono in vendita.
2) i rivenditori che consigliano… un commerciante vende il prodotto che lo fa guadagnare di più.
3) il costruttore. è vergognoso che non ci siano dei controlli a campione sui caschi comprati anonimamente nei negozi. mi devo fidare di chi ha intresse a ridurre i costi che il casco che trovo in negozio sia uguale a quello che ha superato l’omologazione?
lei dice che la qualità “quindi cercata e capita con qualche sforzo di informazione in più”.
io non ho gli strumenti per sapere se una calotta resiste ad un impatto di un certo tipo, una volta leggevo per informarmi, adesso non mi fido più dell’informazione.
di gekozen | 8 Marzo 2012 h. 12:32
Intervengo brevissimamente ancora sull’argomento. Se si effettuano test anche “non omologati” che portano alla luce deficienze del prodotto in termini di sicurezza, a mio modo di vedere il problema non è la mancata “certificazione” del test ma le cause dell’effettivo malfunzionamento riscontrato. Data l’altissima variabile di casistica dei danni che si possono verificare in un incidente motociclistico, in teoria un prodotto atto alla sicurezza dovrebbe superare ogni test possibile e immaginabile e anche non immaginabile per poter essere dichiarato assolutamente sicuro. Per garantire la sicurezza non basta che un test sia “autorizzato” perchè in un incidente non tutto è “prevedibile” e la ricerca deve andare nella direzione di ciò che ancora ignora e non fossilizzarsi su ciò che ha già sperimentato. Saluti.
di rozilla | 8 Marzo 2012 h. 15:05
Buonasera Direttore. Sono d’accordo che l’omologazione è il livello base. Il problema è che però, al contrario di quanto lei auspica, da qui non si può partire per andare da nessuna parte. Per i caschi non c’è un test euroncap come per le auto, di conseguenza se uno ha passato appena l’omologazione o se invece è a prova di bomba, beh, non possiamo proprio saperlo. Dal punto di vista della sicurezza, per le informazioni in nostro possesso, possiamo tranquillamente dire che il casco da 50€ e quello da 500€ sono uguali.. e tra l’altro potrebbe benissimo essere vero.Poi il casco da 500 euro può avere interni estraibili, ecc, ecc. ma questo non dice nulla sulla sua funzione principale. Per questo test come quelli di altroconsumo dovrebbero essere svolti più spesso.. più sono svolti questi test e più alla fine i risultati che danno saranno coerenti tra loro… Ma non mi può dire, il test di altroconsumo è farlocco (ok, ci può anche stare), per decidere che casco è sicuro chiedete al comesso del negozio specializzato (torna pasqua di domenica…chiedi all’oste se il vino è buono).
di Orso0612 | 14 Marzo 2012 h. 12:21
Buongiorno direttore, il suo pensiero pur se condivisibile non da il giusto risalto (ma da una parte lo posso comprendere) a una grande carenza: la normativa sulle omologazione lascia spazio ad interpretazioni attuative, e questo non è ammissibile.
Se più laboratori offrono risultati diversi, vuol dire che:
qualcosa che non va nei test, quindi occorre standardizzare in modo efficace e veloce le procedure
i caschi in produzione offrono qualità differenti, quindi bisogna rivedere il processo costruttivo.
Va da se che entrambe le prospettive non sono rosee e ciò che scandalizza è il pressapochismo dilagante su un tema così importante, la nostra sicurezza!!!
Ahimè ho come il presentimento che i fattori di business e il peso delle varie case costruttrici hanno la meglio sulle nostre “piccole” esigenze; anche a Lei penso sia noto il caso della tuta Dainese omologata come indumento personale di protezione pur non avendone i requisiti, mancavano le protezioni sulle anche!!! (successivamente Dainese ha inserito tali protezioni)
Il cammino verso la sicurezza è stato intrapreso, ma siamo solo all’inizio di un ripido e impervio percorso (un passo enorme rispetto il passato, ma piccoli passetti verso i desiderata)
Buona giornata.
Mauro Tibaldi
P.S. Aggiungo che non sempre la marca (e il relativo prezzo di acquisto) è sinonimo di qualità.